Se le donne del centro dimostrano sempre molti più anni di quanti ne abbiano in realtà, per lei il discorso sembra ancora più vero. Effettivamente scopriamo oggi che ha 47 anni, il che, paragonato alla media di 25 anni delle altre, spiega il suo aspetto.
La settimana scorsa, lei ci ha riferito che con tre dei suoi figli, avrebbe dovuto lasciare il centro il 15 di questo mese. Oggi dunque siamo andate a salutarla per scoprire invece che, dopo aver preparato le valigie, gli hanno fatto sapere (qualcuno di importante, ma non si sa chi) che mancano ancora alcuni documenti e dunque il loro rientro in Inguscezia è rimandato di 10 o forse più giorni. Si tengano pronti nel frattempo e vivano nell’attesa.
Nel calore della piccola camera da letto/cucina, amplificato dall’immancabile tazza di thè bollente, ci racconta che da quando vive qua, sua figlia si è sposata e ha partorito una bambina, che lei nonna non ha ancora mai visto, la sorpresa positiva che l’aspetta a casa. Da quando vive qua, ha deciso di coprire i capelli con il velo perché i suoi figli gliel’hanno domandato, mentre a casa indossava solo una fascia alla maniera cecena. Da quando vive qua, ha dovuto anche accettare di andare a lavorare nei campi di fragole mentre nel suo Paese lavorava in ospedale. In questo periodo in Polonia, infatti, quasi in ogni angolo di strada si trovano cesti di fragole dall’odore intenso. Se si cerca, si possono comprare anche solo per otto zlotych al chilo, circa due euro. Lei oggi ci ha raccontato che in una giornata di lavoro, dalle 7 del mattino alle 7 di sera, è riuscita a raccogliere 37 cesti di fragole. Ogni cesto viene pagato 1 zloty e 50 centesimi, meno di 40 centesimi di euro. Per capire, 30 centesimi è all’incirca il prezzo di un panino dal fornaio. Il centro è un ricco paniere di persone disposte a lavorare come moderni schiavi e così furgoncini caricano quanti la mattina aspettano per strada di poter lavorare per una giornata. Lei ci dice sorridendo che ha lavorato un giorno e ha dovuto passarne due a letto per riprendersi dai dolori. E sempre sorridendo ci mostra le dita ancora nere sui polpastrelli, perché le fragole vanno pulite del pezzetto verde e dopo 14 ore i pollici sono terribilmente indolenziti.
La moglie dell’imam intanto entra in casa, senza bussare come da tradizione, e si siede sul letto dietro di noi perché in cucina ci sono solo quattro sedie. Comincia a parlare di un argomento che le preme molto: la religione. Ci rivela che il suo sogno sarebbe quello di indossare non il velo semplice, vorrebbe infatti scoprire solo gli occhi e non il viso intero. Ma sembra che in Polonia non sia consentito, o almeno questo sostiene il marito, così come in Cecenia dove le donne che indossano abiti islamici vengono frequentemente fermate dalla polizia. Il governo è islamico, ma non tollera il lato arabo della religione, abiti compresi. Forse per questo dunque l’imam cerca asilo. Ci domanda se saremmo mai disposte a vestire come lei, ma è chiaro dal sorriso che la domanda è più una provocazione che non prevede una risposta seria. Quando lascia la stanza, la padrona di casa ci riferisce che prima della guerra, nel suo Paese, così come in Cecenia, non era possibile incontrare nessuna donna vestita con tali abiti, ma ora sembra che una nuova interpretazione della religione si stia diffondendo. Anche i suoi figli vorrebbero che lei vestisse così, ma per ora ha deciso di mettere solo il velo, anche se tra qualche anno comunque ha intenzione di accettare la loro richiesta.
Per tutto il tempo della chiacchierata qualcosa ha attirato la mia attenzione: su un pensile una sveglia blu tenuta da un uomo e una donna di porcellana, entrambi senza testa. Dal momento in cui ci ha raccontato che le tazze dove abbiamo bevuto il thè le ha portate da casa ed erano un regalo dei figli per la festa della donna, ho cominciato a immaginare la storia di questa sveglia che non ha resistito ad una fuga improvvisa da un Paese in guerra. Lo stesso tipo di fuga che oggi un’altra famiglia “storica” del centro ha avuto, caricata in macchina verso chissà quale Paese, mentre la procedura del rientro volontario andava avanti, senza nemmeno darsi la possibilità di prendere le scarpe sul pianerottolo. Così oggi sembrava che fossero tutti ancora là, chiassosi e irruenti come sempre. Eppure la figlia maggiore solo la settimana scorsa ci aveva chiesto se fossimo sicure di voler partire visto che nel centro ci amano tutti. Non credo che qualcuno abbia chiesto loro se fossero sicuri di voler partire all’improvviso senza sapere cosa li aspetta in un altro Paese e con la certezza di vivere clandestinamente o venire rimpatriati. Non credo nemmeno che nella loro fuga dalle torture subite e nei tentativi falliti di essere creduti, loro si siano mai sentiti amati.
Finalmente la piccola grande vero di nuovo a raccontarci frammenti della sua esperienza! Proprio ieri ti sognai! un bacione grande!
Da: Tinozza su sabato, 18 giugno, 2011
alle '09:18 am06'